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UNA TESTIMONIANZA DIRETTA SULL'ARMAGUERRA DI CREMONA E LA SU STORIA


By Ariel - Posted on 02 novembre 2009

La mia esperienza all’ “Armaguerra”

Testimonianza di Libero Scala (“Franco”)

 

 

Come tanti altri soldati sbandati l’8 settembre 1943 arrivai a Cremona, da Torino, il 16 settembre.

Fu un viaggio difficile e non privo di rischi e pericoli. Mi salvai dalle mani delle SS tedesche in cui ero caduto a Settimo Torinese con una fuga romanzesca. Allo scopo di coprire la mia posizione illegale e mettermi al riparo da altri prevedibili richiami alle armi, riuscii a farmi assumere come operaio meccanico all’Armaguerra, con la quale avevo già avuto rapporti di lavoro durante un periodo di convalescenza.

Nel novembre presi i contatti con l’organizzazione clandestina del PCI, al quale avevo già dato la mia adesione tramite il compagno Franco Ghilardi. Venni immediatamente incaricato di sostituire il compagno Bernardi, il quale in quel periodo svolgeva attività nel settore sindacale in città, a  Cremona. Questo incarico mi permise più avanti di allacciare contatti con compagni che nella nostra provincia avevano svolto, negli anni più lontani, un ruolo dirigente nella lotta antifascista.

Uno di questi contatti, per me molto interessante, fu quello che ebbi per incarico della Federazione del PCI con il compagno Dante Bernamonti. Gli incontri avvenivano nella zona di Codogno, dove Bernamonti si trovava rifugiato per ragioni ben comprensibili.

Ero inoltre responsabile dell’attività sindacale in fabbrica. Capii l’importanza che questa aveva in quel periodo (per cui anche il PCI vi prestava molta attenzione) da un incontro diretto che ebbi tramite il compagno Davide Susani (“Cleto”), con lo stesso segretario della Federazione, il compagno Giuseppe Gaeta (“Topo”).

Comunque altri fatti vennero ad aggiungersi rendendo sempre più calda la situazione. Nell’aprile del 1944 vennero chiamati alle armi i miei fratelli, Franco del 1920 e Claudio del 1926. Venne presa la decisione che si sarebbero dati alla macchia e dopo una serie di contatti con i compagni che si occupavano degli “sbandati” e della attività “sportiva”, vennero inviati entrambi in Val di Susa. Immediatamente vennero ricercati come renitenti alla leva.

Si posero problemi nuovi per tutta la famiglia, già sfollata a San Sigismondo. Mio padre, un ex macchinista delle Ferrovie dello Stato, era stato licenziato dai fascisti, a soli 35 anni e con tre figli piccoli sulle spalle, per “scarso rendimento”. Era questa la formula usata dai fascisti per licenziare chi non si piegava alle loro prepotenze.

Vi erano dunque dopo l’aprile del 1944 tutti i motivi per vivere quotidianamente con il timore di arresti, deportazioni. Il 2 luglio 1944 avvenne il rastrellamento dei fascisti e il massacro sul colle del Lys, in Val di Susa. Giovani partigiani cremonesi, parecchi ancora disarmati, vennero catturati e, già prigionieri, assassinati a freddo anche con le armi bianche. La notizia dell’eccidio del colle del Lys si era sparsa in città e si conobbero i nomi dei caduti.

Il partito decise a questo punto, anche a seguito di informazioni ricevute da un nostro “informatore” nell’U.P.L, di farmi lasciare la fabbrica e di farmi passare alla clandestinità.

Era giunta intanto la conferma che mio fratello Franco era tra i trucidati in Val di Susa, ma non si ebbero notizie di Claudio. Non risultava tra i caduti, ma nessuno sapeva dire dove si trovava.

Mio padre, già ammalato seriamente di diabete (e allora non esisteva per la povera gente l’insulina), riuscì a recarsi per tre volte in Val di Susa alla ricerca di Claudio, correndo il rischio di cadere egli stesso nelle mani dei fascisti e dei tedeschi.

Solo la terza volta riuscì a trovarlo. Sfuggito miracolosamente al rastrellamento, rifugiatesi in Francia, con una formazione del Maquis che lo aiutò a superare uno stato di shoc, venne fatto rientrare in Italia e affidato ad una famiglia sicura che ebbe cura di lui sino alla fine della guerra.

Dopo qualche mese passato alla macchia, considerando che non si erano verificati nei miei confronti minacce o atti di rappresaglia, e questo anche nei confronti della mia famiglia, riuscii nuovamente, d’accordo col partito e grazie ad amici influenti all’interno della fabbrica già collegati al movimento, a riprendere la mia attività all’Armaguerra.

La mia attività venne poi allargata alla città, dove ero riuscito a stabilire nuovi contatti con i compagni e con il movimento antifascista cremonese. Una attività importante era quella di reclutare e organizzare nuove forze nelle file delle SAP cittadine. Fu cosi possibile, tramite il settore “sportivo” (cioè militare), collegare con “Luciano” (Arnaldo Bera) che ne era responsabile, i compagni Guido Percudani (“Sergio”), Lino Bassi (“Lino”), Ughetto Bonali (“Ughetto”), e uno dei fratelli Panetti (“Lisander”).

Questo nuovo gruppo doveva poi prendere nelle mani l’attività militare in città insieme a Grassi (“Novi”), ed altri come Ughini e Sbruzzi, e dirigere poi l’Insurrezione dell’aprile 1945.

Ebbi anche contatti diretti con i compagni che a Cremona dirigevano il P.S.I.U.P. e le Brigate Matteotti, come i compagni Rossini, Pressinotti, Zanoni, Sidoli ed altri di cui purtroppo non ricordo i nomi.

Ma per tornare all’Armaguerra e alla sua storia dall’8 settembre 1943 sino ai giorni dell’Insurrezione, va ricordato che questi fatti sono in stretto collegamento con la lotta condotta dagli operai in difesa di un impianto industriale che il comando tedesco intendeva smembrare, trasferendo i vari reparti a Campione del Garda e a Vipiteno.

In questa difesa dello stabilimento cadde Ermete Civardi di 16 anni, furono feriti due operai, Neva ed un operaio genovese di cui non ricordo più il nome; ed è poi doveroso ricordare Boldori, Ziglioli, Grana, Furlan, Nolli, Rossi e tanti altri ormai scomparsi, che già dalla sera del 24 aprile ‘45 non abbandonarono più la fabbrica fino alla completa liberazione della città. Cercherò di andare con un po’ di ordine citando i fatti salienti di quei duri 20 mesi di ansie, spesso paure, ma anche di piena consapevolezza dei compiti che dovevamo adempiere per dare il nostro contributo alla liberazione del paese.

Il primo nucleo di resistenti all’interno dell’Armaguerra cominciò a formarsi nell’inverno ‘43-’44, e subito si mosse con rivendicazioni di carattere sindacale: richieste di vitto più abbondante alla mensa per chi si pretendeva di far lavorare oltre 8 ore, tute da lavoro gratis, permesso di uscire dallo stabilimento durante l’allarme aereo diurno e notturno, quando si verificavano le incursioni di Pippo. La distribuzione di volantini del sindacato unitario cittadino e del CLN veniva organizzata in tutto la stabilimento dal nucleo che si era formato al suo interno e che diventava via via più numeroso, e da compagni delle SAP che, al momento dell’uscita degli operai, buttavano i manifestini in mezzo a loro con un passaggio veloce in bicicletta. Le pressioni che il comando tedesco esercitava su chi dirigeva la fabbrica perché aumentasse la produttività dei vari reparti e portasse avanti la preparazione per la produzione di pistole Beretta, li obbligava da una parte ad allentare la prepotenza e l’arroganza, dall’altra a far pressione sui lavoratori perché effettuassero più ore di lavoro. Ciò avveniva soprattutto attraverso i capireparto, sui quali venivano esercitate le forme di pressione più diverse, che andavano dalla “incentivazione” alla intimidazione ed alla minaccia più aperta.

Si parlava spesso di deportazione di operai in Germania insieme ai macchinari. Cosa che cominciò a concretizzarsi, malgrado i sabotaggi (rallentamento del lavoro di smontaggio dei macchinari e del loro carico sui camions, ecc.), col trasferimento del primo reparto di produzione sotto le gallerie della Gardesana occidentale, di fronte a Campione del Garda, e poi, successivamente di altri reparti di produzione in quel di Vipiteno, ai confini con l’Austria. Con una costante azione di rallentamento del lavoro riuscimmo a provocare un ritardo della produzione dei reparti che approntavano le attrezzature per la lavorazione in serie e ad evitarne il trasferimento. Ogni tentativo delle brigate nere e degli uomini dell’UPI, capeggiati da Pirali (uno degli sgherri che arrestò il partigiano Campi) dipendente dell’Armaguerra, di arrestare qualche membro del personale all’interno dello stabilimento andò sempre a vuoto per la vigilanza a catena che si era instaurata da reparto a reparto.

Non sempre le cose andarono lisce, e qualche volta si dovettero affrontare con decisione situazioni difficili e pericolose con il comandante del presidio tedesco nello stabilimento, un uomo molto duro ma che, per fortuna nostra, vedeva molto male i fascisti ed i loro lacchè.

Così tra successi ed insuccessi, si arrivò ai giorni dell’Insurrezione, la sera del 24 aprile ‘45, quando verso le 18, un massiccio bombardamento americano inchiodava sulla riva piacentina del Po una divisione tedesca in ritirata intenta a traghettare, e la distruggeva quasi totalmente. Durante la notte qualche reparto con carretti a cavallo, biciclette rubate e qualche automezzo, arrivando alla via Eridano passava davanti all’Armaguerra. Una parte di questi soldati nella tarda mattinata del 25 aprile accerchiava lo stabilimento, tentando di entrare dalla parte posteriore.

È in questa occasione che vennero feriti Ermete Civardi ed un altro operaio genovese. Ermete morirà poi tra atroci sofferenze all’ospedale di Cremona. Sempre durante la giornata del 25, parecchi gruppi di soldati tedeschi si fermavano chiedendo di essere aiutati e consegnando le armi.

Un altro scontro con i tedeschi delle SS si verificò nella notte tra il 25 e 26, quando un gruppo di essi pretendeva di entrare nello stabilimento con le armi.

Ne derivò una sparatoria nel corso della quale rimase ferito l’operaio Neva (trasportato poi, a piedi, con un triciclo della mensa, all’ospedale) ed i tedeschi persero due uomini.

Sempre nel corso di quella notte un reparto delle SS, con un armamento pressoché intatto, chiese di essere ricoverato in una cascina poco lontana dall’Armaguerra. Nessuno di noi ritenne opportuno opporsi, per evitare un inutile spargimento di sangue. Ripartirono il giorno dopo immettendosi sulla via Bergamo.

Il mattino del 26 aprile il comando tedesco, che aveva sede in Palazzo Trecchi, cominciò a tempestarci di telefonate chiedendoci continuamente se era vero che avevamo dei prigionieri, e nel caso fosse così, di liberarli immediatamente. Al nostro continuo diniego minacciarono di mandare una pattuglia a controllare, cosa che non riuscirono a realizzare, ma che ci preoccupò non poco.

Nello stesso giorno furono distribuite le poche armi funzionanti alle SAP, mentre molti compagni di lotta venivano a trovarci perché avevano sentito parlare degli scontri notturni.

Non è facile descrivere la commozione e la gioia per la liberazione dalla tirannia che provocavano certi incontri con compagni che avevano combattuto in altre zone della città e che già dal ‘43 lavoravano nella clandestinità.

Voglio infine citare un fatto curioso.

Il giorno dopo l’arrivo degli americani, questi chiamarono i rappresentanti del CLN dello stabilimento nei loro uffici sistemati in Prefettura. Il comandante in persona chiese, certo in modo poco affabile, per quale ragione e con quale diritto era stato buttato fuori dalla fabbrica un gruppo di persone per la sola ragione che non erano comunisti. Fu spiegato al comandante che nella fabbrica gli operai non erano tutti comunisti, anzi che i comunisti erano una minoranza, e che la difesa della fabbrica era stata opera di tutti e che mai a nessuno era stata chiesta la tessera di appartenenza all’uno o all’altro partito. Il gruppo di persone allontanate erano i guardiani, quelli che chiudevano i cancelli di uscita e impedivano ai lavoratori di scappare fuori dai reparti durante l’allarme aereo... e buon per loro se era andata così.

Il comandante americano ritenne soddisfacenti queste ragioni.

Tutti i reparti della fabbrica che erano stati trasferiti furono recuperati dopo la Liberazione e riportati a Cremona con l’apporto degli stessi operai e tecnici dell’Armaguerra.

Sono trascorsi ormai oltre 40 anni dalla fine della guerra di Liberazione dai giorni della Resistenza all’Armaguerra.

Allora, dopo aver assolto all’obbligo del servizio di leva (5, 6, 7 anni...) credevamo di avere il diritto di pretendere un mondo migliore, una società diversa, contraria alla guerra. Invece non era ancora finita, bisognava liberare il paese dai tedeschi invasori e dai fascisti; altri morti, altre vite umane distrutte, altre famiglie in lutto. Eppure, per noi, allora la scelta da compiere fu sempre e subito chiara, anche se prendere una strada meno rischiosa era certamente possibile e sarebbe stato molto più facile.

Compimmo quella scelta convinti che il solo male da eliminare fossero i nazisti e i fascisti; che schiacciati loro il mondo sarebbe stato migliore, che non ci sarebbero state più guerre, non ci sarebbero più stati disoccupati, che la democrazia e la libertà sarebbero state vere, che tutti i cittadini sarebbero stati uguali davanti alla legge.

E invece oggi si vive sempre sull’orlo della guerra, si può dire che si cammina sulle bombe atomiche, ci sono guerre regionali in molte parti del mondo, è di ieri il bombardamento su civili libici inermi, è di oggi la decisione di produrre ancora più armi chimiche. Viviamo in una società ed in un mondo in cui i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Ideali, principi, obiettivi concreti che con la Resistenza credevamo di poter dare per acquisiti una volta per tutte, vengono rimessi in discussione, drammaticamente, ogni giorno.

Accanto a ciò, pure su un altro piano, il tentativo di “far dimenticare” ragioni profonde, le convinzioni politiche e morali che spinsero moltissimi giovani a mettere a repentaglio e spesso a sacrificare la propria vita. “Far dimenticare” significa cercare di presentare la Resistenza come “guerra civile”, una guerra tra cittadini dello stesso paese. E invece la Resistenza ci fu per liberare il nostro Paese dall’occupazione nazista, da un regime fascista che aveva portato l’Italia alla rovina e che ancora combatteva a fianco dei nazisti. “Far dimenticare” significa anche decidere (soprattutto da parte di chi non ha vissuto la Resistenza) di celebrare in tono minore (come sta avvenendo anche a livello locale) ricorrenze e date, come quella del 25 aprile, che invece mantengono intatta la loro attualità, non solo perché hanno segnato un passaggio d’epoca nella storia del nostro Paese, ma soprattutto perché costituiscono un riferimento fondamentale ed ineliminabile a valori, ideali e programmi concreti che nella nostra società sono ben lungi dall’essere attuati.

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